Intervista a Dennis Coffey

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Updated: Giugno 17, 2010

La mia aspirazione come segretario generale della FIT sarebbe poter assistere ad una finale mondiale tra la mia Australia ed una nazione emergente europea, come ad esempio l’Italia, al posto della solita Australia–Nuova Zelanda.

Sono le parole di Dennis Coffey, che gli addetti ai lavori conoscono come “Mr. Touch”, colui che sta girando il mondo per promuovere ed insegnare questa variante del rugby “al tocco” per conto della Federatrion of International Touch.

Recentemente è stato anche in Nevegal proprio per la preparazione degli allenatori, durante un corso federale.

Dennis Coffey


Mister Coffey, come ha trovato il nostro Paese a livello di movimento?

L’Italia è entrata nella FIT solo l’anno scorso, in un anno ha già fatto grandi progressi. Se mettiamo Australia e Nuova Zelanda, dove il touch è nato, ad un livello 10, in un solo anno voi siete passati da un livello 1 ad un livello 3, grazie anche ai progressi fatti dai vostri allenatori ed arbitri. Ora parteciperete agli Europei di Bristol, ma state già lavorando bene per i Mondiali di Edimburgo 2011.


Quanto tempo può passare prima di poter competere con i migliori?

Questo sport è nato in Australia 35 anni fa, l’obiettivo della FIT è portare alcune nazioni europee, come l’Italia, la Francia, il Belgio e la Svizzera a poterci competere in 10 anni. Già nei prossimi mondiali credo che Giappone, Inghilterra e Sud Africa possano dare fastidio alle prime due.


Il touch non è ancora molto ben visto dai rugbysti in attività. Secondo lei con che spirito un rugbysta può avvicinarsi a questo gioco?

Anche chi gioca ancora può affinare e migliorare alcune abilità tecniche molto importanti e una certa visione di gioco, e migliorare il coinvolgimento di tutta la squadra nell’azione. E chi arriva a fine carriera può continuare a praticare uno sport simile ma senza che vengano richiesti altri scontri fisici duri.


E un semplice appassionato di rugby?

Beh il touch ha diversi vantaggi, non ultimo la riduzione al minimo dei contatti fisici, il che lo rende un gioco adatto a tutti, penso a donne, bambini (che magari poi possono passare al rugby) e persone non più giovani. È un gioco che può coinvolgere le famiglie. E insegna a sviluppare a un livello molto alto il lavoro di squadra.

Diego Rizzo
(per il Corriere delle Alpi, 18 giugno 2010)

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